Le immagini di questo post, le ho raccolte ieri pomeriggio mentre ritornavo a casa dal lavoro. Non sono state riprese in una vicolo sperduto di un quartieraccio, ma nella centralissima Via Santa Lucia a Napoli, proprio di fronte alla sede della Regione Campania.

Fa davvero troppo caldo in questi giorni per restare chiusi nelle case del "Pallonetto", l'antica zona un tempo abitata da pescatori, poi da contrabbandieri, ora magari diventati disoccupati "organizzati" o altro, ma che ha dato i natali anche a gente onesta e per bene come Massimo Ranieri e tanti altri che rimangono sconosciuti ed anonimi. La gente scende in strada in cerca di "frescura", di una "refola e vient" che gli dia sollievo, ma invece trova questo scempio.

Un bambino gioca da solo con un "supersantos", il sempreverde pallone da calcio che ha unito generazioni di "calciatori da strada", mentre i "grandi" discutono, magari della campagna acquisti del Napoli neo promosso o dell'amico appena arrestato l'altro giorno o magari solo se fa più caldo quest'anno o tre anni fa. I sacchetti sparsi sul marciapiede simulano nella fantasia di questo bambino, una squadra avversaria da dribblare.

Il tanfo è davvero pestilenziale, il calore macera i rifiuti, ma questi signori sembrano non farci caso, se poi consentono ad un bambino di correrci e giocare nel mezzo. Passo velocemente trattenendo il fiato ad ogni cumulo, cercando di evitare ove possibile, questi miasmi malsani. Ma non posso resistere: fingo di telefonare e scatto qualche foto.

Qui ci troviamo alla fermata dell'autobus sotto il "Monte Echia", ormai ridotto ad un muro di mattoni di tufo pericolanti, un tempo punto panoramicissimo della città. Non so che funzione avesse quello spiazzo sulla collinetta che sovrasta Santa Lucia, forse una torre di avvistamento per il porto.
Dietro questa strada, a pochissimi metri, il lungomare degli albergoni dei superturisti d'oro, quello dei tempi che furono.
Sono passati dieci anni da quando andai in Toscana, a Certaldo. Lì venni inizialmente accolto dai pregiudizi di una mentalità chiusa tipica della provincia Toscana come di tante altre del centro nord. Dovetti "sudare" non poco per farmi accettare e far capire che io non ero lo stereotipo del napoletano che conoscevano. Li stupii con la mia capacità di lavorare e di "leadership" anche verso i miei compagni obiettori che invece, erano "indigeni". Dopo pochi giorni avevo conquistato la fiducia dei miei responsabili ed il rispetto dei miei compagni. Mi dicevano "non sei napoletano! Non sembri napoletano, non parli napoletano" ed io gli ridevo in faccia e gli raccontavo con orgoglio che la mia città non aveva niente a che fare con gli stereotipi che loro avevano visto in tv e che invece eravamo in pieno rinascimento fatto di turismo e cultura, di una nuova voglia di rispettare le regole e di fare, di affrancarci dal passato grigio degli anni '70 ed '80, di risollevare la testa insomma. Per farli arrabbiare gli dicevo che se da una parte era vero che Boccaccio era nato lì, era altresì vero che per diventare il "Boccaccio" che conosciamo, ebbe bisogno di studiare a Napoli :)
Adesso non so se avrei più il coraggio di smentire quei "toscanacci" che mi accolsero con una barzelletta non solo xenofoba ma anche idiota (perchè poi il vice segretario comunale che mi si presentò in quel modo, avrebbe potuto trovarne anche una migliore).