
Talvolta bisogna guardare gli abissi proprio da vicino per risalire il più in alto ed il più velocemente possibile.
Ho ripreso a nuotare. E verso l'alto stavolta.
Buon fine settimana a tutti!
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Ringrazio quanti hanno commentato il post precedente. Rispondervi in un commento sarebbe stato troppo poco. Quindi sento di dover aggiungere questo post di chiarimenti.
Inanzitutto ringrazio Roquentin per la lunga risposta.
Ma Roq, devo farti delle obiezioni.
Parti con la la premessa "non credo alle generazioni" e poi fai di tutta un'erba un fascio. I trentenni stanno male perchè sono così e così.
Ogni caso ha la sua storia, la mia è molto diversa da quella da te raccontata. La mia "mangiatoia" è sempre stata altissima, spesso più in alto di quanto potessi arrivare.
Anche i miei hanno vissuto la guerra (mio padre del '31 e mia madre del '29). Sono cresciuto tra racconti di rape lesse e di caffè fatto con la cicoria, di chilometri a piedi per rubare le mele ad un contadino e di una pentola di pasta e patate divisa in 8 finchè non suonava la sirena, di uno zio e di un nonno che se ne fregavano, pur di non perdersi quel piatto caldo e non scappavano nei rifugio come tutti gli altri, con somma disperazione di mia nonna e di mia madre. Ho sentito i racconti di bombe e distruzione, mi hanno insegnato che "il pane non si butta mai", neanche quando ha la consistenza del cemento armato.
Mio padre ha iniziato la sua vita lavorativa prima come sarto, poi trovò lavoro come "scopino" comunale e si è pensionato sempre nel CdN come Capodivisione dell'allora NU. Ha studiato, fatto concorsi, fatto carriera. Certo, lo stipendio quello era. Tutti quanti i suoi colleghi avevano doppi e tripli lavori, chi poteva rubava a mani basse, ma lui no, e riusciva con grossi sacrifici giusto a portare avanti la famiglia: 4 figli e un suocero sotto lo stesso tetto.
Mi ha cresciuto con le privazioni dovute alle risorse ristrette e quasi mai ho avuto quello che desideravo. Ho imparato sempre ad "accontentarmi" ed ho presto smesso di chiedere per non farlo sentire frustrato (questo l'ho capito davvero in tenera età).
La mia fantasia si è sviluppata sapete come?
La maestra il lunedì ci assegnava sempre la "Cronaca del fine settimana". Io stavo a casa. Domenica mattina a messa, qualche volta dai nonni e basta. Avrei dovuto scrivere "sono stato a casa." Ecco... Me ne dovevo inventare di tutti i colori, per non soffrire, per non sentirmi "meno" rispetto agli altri bambini.
Ora mio padre ha insegnato, seguendo la sua esperienza, che dovevo studiare, studiare, studiare. Laurearmi, diventare "qualcuno". Fare come lui, anche con grossi sacrifici, arrivare ad una meta. Superare i suoi traguardi, diventare un "professionista agiato" e rispettato.
Solo che la società è cambiata in corso d'opera.
Nel 1989 quando mi iscrissi all'università, il prof. di diritto privato, nella lezione di benvenuto ci disse: "pochi di voi arriveranno alla laurea. Il 70% di voi non ce la farà (statistiche alla mano). Saranno anni di lacrime e sangue, ma i vostri sforzi saranno ripagati se ci crederete. Dimenticatevi il posto fisso. Viviamo in un mondo in evoluzione, dove la flessibilità e la preparazione saranno la chiave di volta".
In realtà nel corso di quegli anni, ho visto pochissima "flessibilità" e "preparazione". Ho visto i meritevoli, ma davvero meritevoli, riuscire a malapena a schivare i tranelli di un sistema universitario malsano e clientelare.
Ricordo di una sola ragazza laureatasi nei 4 anni previsti e con lode.
Ad ogni seduta d'esame, pure per i complementari più idioti, era accompagnata dal padre, "pezzo grosso" di un'azienda vicina a chi contava nell'università. Non posso fare riferimenti più precisi altrimenti mi becco una querela. I miei amici, pure i più bravi, c'hanno messo almeno 6 anni. Io 7 ed un anno che ho dovuto regalare allo Stato per il Servizio Civile. Ero nella media di quell' elite presunta, quel 30% che ce l'avevano fatta alla fine.
Per il servizio civile poi, tutti i miei amici furono mandati vicino casa. Io a Certaldo, in Toscana. 450 Km dalla mia città. E lì in Toscana lavoravo davvero, non scaldavo una sedia: in ufficio all'ASL di Certaldo, cartellino timbrato alle 7.30 di mattina o erano guai.
Bè quando finalmente mi congedai e stavo per uscire da quell'inferno chiamato università (mi mancava un esame e la tesi), la vita mi ha rifilato un bel colpo bastardo: mio padre si ammalò di cancro e dopo un anno e mezzo morì e pure tra atroci sofferenze, a ripagare la sua religiosità e la sua vita spesa nel lavoro e la famiglia. Riuscii a laurearmi in tempo per dargli quell'ultima misera soddisfazione.
Quando finalmente mi sono potuto "staccare" dalla famiglia - sapete com'è, lasciare una madre sola nel pieno delle crisi depressive dopo un lutto, non è facile - dopo un anno di lavoro inutile a Napoli, partii per Milano. Lì mi hanno cominciato a cantare "canzoni" che avrei sentito tante volte: sei troppo vecchio. Hai studiato troppo, non serviva. Se non hai la residenza qui non trovi lavoro. Sei troppo qualificato. Ci servono ragazzi più giovani. Avevo 30 anni, non 60!!! E poi "sei laureato in economia, che cerchi in pubblicità? Lavora in banca!" E il mio guaio è che li ho ascoltati. Quando mi iscrissi al "Master in management bancario", costatomi sacrifici indicibili, quell'altro bastardo dell'organizzatore esordì con: "scordatevi che facendo questo master troverete subito lavoro" (cazzo ce lo dici ora che hai preso già i nostri soldi?)
E poi ci raccontò di quanto ormai era diventato difficile ed "inutile" lavorare in banca. E poi dopo quell'esperienza iniziai a fare il rappresentante e poi il promotore finanziario e poi l'assistente di un manager e poi di nuovo il rappresentante e poi...
Ecco, questo è il Bukaniere.
Ho 37 anni e sì, è vero, mi son perso il "volemose bene universale" ed il "flower-power", il "fasci" contro "rossi" in piazza (grande insegnamento davvero per le future generazioni!) le ideologie due e pure ed il sesso libero senza AIDS e l'economia del boom ed ho vissuto l'epoca decadente dei paninari e di Drive-In: Il mio vestiario completo costava quanto la cintura dei pantaloni di un mio compagno di classe vomerese.
Ora se questa è mangiatoia bassa...
A Gatto: "Sì, emigrare evitando le buche più dure" parafrasando Battisti, potrebbe essere una soluzione, ma per un altro.
A te è andata bene, hai avuto una chance e l'hai colta al volo. Avevi la giusta preparazione, eri al posto giusto al momento giusto. Io non ho avuto queste opportunità. Emigrare a 37 anni è difficile se non improbabile. Non sono riuscito a farmi accettare dai milanesi, figuriamoci altrove. Scusami se te lo dico, ma leggendoti mi sembra sempre che sei più tu che cerchi una conferma alle tue scelte piuttosto che darne ad altri. E' una pura sensazione, spero tu non ti offenda perchè non è mia intenzione.
E insomma, scusate lo sfogo, ma questo è un periodo per me di grossa "crisi" nel senso letterale del termine. Sono in muta, sento la mia pelle di "bravo ragazzo che accontenta tutti" che si è lacerata. Sento il demone che vuole la sua rivincita.
E se avrete la pazienza di leggermi io sto qua. A differenza di molti, io non scrivo per catturare consensi, ma semplicemente perchè questo è il mio sfogatoio. Tutti sono i benvenuti. A volte troverete post scansonati e divertenti, altri introspettivi e pallosi come gli ultimi. Ma nessuno è obbligato a passare di qua.
Ieri sera rincasavo da una passeggiata "terapeutica" per le vie del Vomero e nell'autobus ho incontrato la Sig.ra C, madre del mio vecchio amico A.
Io e A eravamo compagni al liceo ed abbiamo condiviso molti anni di vita insieme, ma da un pò di tempo ci siamo persi di vista.
La Sig.ra C, durante il lungo tragitto con l'autobus bloccato dal traffico della sera, mi ha raccontato del figlio che per ora vive a Bologna, del fatto che anche lui come me è un'anima in pena, sballottato tra un contratto interinale e l'altro.
Le nostre strade si divisero subito dopo il liceo scientifico. Avevamo più o meno passioni simili ed eravamo attratti dal mondo dell'ingegneria. I 5 anni di matematica "pesante" dello scientifico però, mi avevano permesso di capire che quella materia non era per me. Quando usata come strumento - ad esempio, per creare un'animazione al computer- riuscivo anche a farla mia. Ma se dovevo studiare teoremi e implicazioni teoriche, allora mi impantanavo. Mi perdevo nei suoi meandri e non ne uscivo fuori. Scartai così a priori ingegneria e mi diressi verso l'economia dove la matematica appunto - a parte un due o tre esami pesantissimi - era sempre uno strumento al servizio di altro.
E dire che il prof di matematica lo aveva avvertito. Quando seppe che A voleva fare ingegneria aeronautica gli disse schiettamente e senza giri di parole:
"A. ma che buò fà? Aeronautica? Tu? Te vuò vottà a copp' abbasc?" (ti vuoi gettare di sotto, nel vuoto? NDB)
Risultato è stato che io, più o meno secondo la media della facoltà, riuscii a prendermi la laurea in tempi decenti (decenti ma non sufficienti a quanto ho scoperto poi). Lui invece dovette lasciare per davvero ingegneria e dopo molti anni persi e si iscrisse ad un'altra facoltà per una laurea "breve" (di nome, ma di fatto...) in scienze economico-statistiche. Laurea presa col massimo dei voti ma a quasi 35 anni!
Bè, abbiamo seguito strade diverse ma alla fine ci siamo trovati sulla stessa barca: quella della precarietà e dell'incertezza.
Sua madre mi ha dipinto il quadro nero del suo sconforto ed io, mi sono trovato nella curiosa posizione di chi, anzichè trovare conforto da una persona adulta ed esperta, è costretto a darlo.
Mi ha detto che quelli della sua generazione, i "baby boomer" degli anni '60, non hanno gli strumenti per sopportare il fatto che i propri figli non abbiano futuro e che lei si sente dannare per questo.
E mi ha detto anche "Ma come fate? Come fate a sopportarlo? Chi vi da la forza?"
Una bella domanda alla quale devo rispondermi ogni mattina e che cerco sempre di ricacciare in un antro polveroso della mia coscienza: "Ma chi mi da la forza?". E soprattutto pensavo: siamo stati una generazione di amebe!
Abbiamo sopportato questo ed altro. Abbiamo accettato di essere privati del futuro e di ogni certezza. Abbiamo visto la tavola imbandita di ricche pietanze da piccoli, ma quando è stato il nostro turno non c'erano più neanche le briciole. Abbiamo trovato "mense" alle quali si partecipava solo per diritti ereditari. E mai, mai e poi mai, siamo scesi in piazza. Mai ci siamo associati. Mai abbiamo osato alzare la testa e ribellarci. Siamo una generazione di sconfitti. Sconfitti ancora prima di partecipare ad una guerra che ci hanno dichiarato persa ancor prima di iniziarla.
Siamo stati mangiati vivi da quei "baby-boomer", dai Conti Ugolino che a sessanta, settanta, ottant'anni, occupano ancora i nostri posti e continuano a banchettare delle nostre carni.
Chi ci da la forza di sopportare tutto ciò quindi?
Fin'ora la forza è venuta da se. Fin'ora è stata richiamata dall'affetto della mia famiglia, di mia madre e di una mia sorella in particolare. Negli ultimi due anni e mezzo, anche dal mio Amore. Certo, insieme siamo come due carte da gioco. L'equilibrio che ci sorregge è precario. Guai se uno dei due cedesse più dell'altro, cadremmo in terra malamente. Eppure ci sosteniamo. Ci sforziamo ogni giorno che passa a trovare quella motivazione in più per sorridere e la troviamo solo nel nostro amore e nell'amore delle nostre famiglie.
Ora sento di avere le forze ridotte al lumicino, aspetto che l'onda mi travolga di nuovo. Fin'ora è sempre arrivata, quella spinta imponderabile che mi ha afferrato sotto le braccia quando ero a terra e mi ha rialzato e sospinto nelle dure salite, dove la cima non si vedeva mai, coperta com'era dalle nebbie.
Ora mi sento stanco, ma sento che presto riprenderò a correre.
Ai tempi della scuola sono sempre stato quello che si poteva definire un "allievo diligente". Fino alle medie - forse per mancanza di concorrenza o per reali meriti - sfociavo quasi nel genio: studiavo poco o nulla e avevo ottimi voti. Mi bastava ascoltare una lezione in classe per sapere perfettamente l'argomento. Non perdevo mai un colpo.
Al liceo invece, vuoi per l'agguerrita concorrenza dei "figli di papy" con cui per la prima volta mi dovevo misurare (avevano tutti professori personali, facevano lezioni al British, andavano all'estero), vuoi per l'adolescenza incipiente che mi causava "distrazioni" di altro tipo, le cose cominciarono un pò a peggiorare. Studiavo tantissimo e rendevo il minimo necessario. In alcune materie -come in Inglese o in Italiano scritto per esempio- ero ancora eccellente, ma in latino e matematica erano dolori.
Soprattutto il latino fu la mia croce per via di una professoressa coetanea di Giulio Cesare che, chissà mai perchè, mi prese in antipatia dal primo momento. Fu odio a prima vista e torturarmi era il suo più grande divertimento.
Le studiava tutte per mettermi in crisi: di solito appena mi vedeva un attimo deconcentrato mi urlava in faccia il mio cognome seguito da una domanda a bruciapelo e godeva nel vedermi letteralmente saltare dalla sedia e balbettare di conseguenza, frasi a caso. Mi sentivo come il soldato ciccione di Full Metal Jacket di fronte al sergente che gli urlava in faccia: "SOLDATO PALLA DI LARDO, DAL TUO PAESE VENGONO SOLO TORI E CHECCHE E IO NON VEDO LE CORNA!!!".
Ero così uno dei pochi "fortunati" a ricevere continue interrogazioni da posto, quando meno me lo aspettavo. Anzi, eravamo solo in due, i prescelti, i suoi due "pupilli" per le torture.
E insomma fu lei ad iniziarmi alla sindrome da "ansia per non aver studiato".
Non era vero. Dedicavo alla sua materia almeno il 50% del tempo di studio, ma era come se il mio cervello volesse rimuovere quell'odiosa e sgraziata anziana creatura e tutto ciò ad essa collegato. Sentivo una spiegazione in classe e dopo due secondi avevo cancellato il tutto. Prendevo appunti sui compiti e dimenticavo puntualmente di annotare qualche esercizio. Caddi nel tunnel della "deficienza": più lei mi considerava tale e più io mi autoconvincevo e mi comportavo di conseguenza.
Non so come, forse grazie alle altre materie nelle quali avevo almeno un 6, (ma arrivavo anche all'8 nella metà delle altre) ma il primo anno riuscii a non farmi rimandare nella sua materia, nonostante la sua promessa prima di salutarci per le vacanze. Fu molto crudele anche in quello, mi disse: "per tutto l'anno avevo pensato di promuoverti - sì, come no - ma adesso sai... Quasi quasi ti boccio" e tutto questo perchè in una delle solite interrogazioni non previste e da posto, fatta il giorno dopo il mio 15° compleanno, nonchè triste giorno della strage dell'Eisel, avevo balbettato un errore a suo dire, madormale.
L'anno successivo ero già un pò cresciuto. Quell'anno di torture subite in prima liceo, mi aveva decisamente scosso la coscienza. In seconda le premesse erano persino peggiori: avevamo con quella prof ben 3 ore di fila... Insegnava non più solo latino ma anche storia ed in più, era partita con l'idea di farmi pagare la mancata bocciatura dell'anno prima. Non vi dico la "sua storia"!
Era l'apoteosi dei luoghi comuni e dei "fattarelli" in stile ventennio fascista. L'impero romano come modello morale, caduto solo per la corruzione dei costumi ed i "vizi" dei ricchi patrizi. Il "miles gloriosus" invece, il modello di cui la prof era innamorata. E chissà, forse in me vedeva un debosciato che un giorno sarebbe stato persino di sinistra... Ecco perchè mi odiava :)
Insomma, decisi dopo un'ennesima interrogazione a tradimento, che la misura era colma. Cominciai a pensare un pò più da "furbo": mi comprai dei mininotes dove sintetizzavo i fatti essenziali. Riassuntini di storia su uno e regole grammaticali latine sull'altro. Schematizzare mi aiutava a memorizzare e non solo. Tenevo sempre il quadernetto sul banco, e seguendo le interrogazioni, lo tenevo aperto alla pagina giusta. Leggevo in contemporanea con le domande quali erano le risposte giuste e quando arrivava l'immancabile domanda a tradimento, "fregavo" la prof. - con suo sommo disappunto - rispondendo correttamente e dimostrando, suo malgrado, la preparazione che lei mi negava.
E così quell'anno non potè far altro che promuovermi e per fortuna, l'anno successivo sarebbe andata via.
Tutta questa storia per dirvi che soffro ancora della sindrome da "vado a scuola impreparato". E' una bruttissima sensazione. Mi capita quando mi trovo di fronte a situazioni nuove, di stress. Il più delle volte è solo paranoia. Non per vantarmi, ma molto spesso sono solo io ad accorgermi delle mie lacune o presunte tali, perchè di fronte trovo raramente qualche "avversario" degno di merito. Però sentendomi "impreparato" agisco anche in maniera insicura e posso tradirmi nel tono della voce, nei gesti, nella mancata assertività delle mie frasi. Per esempio dire "mi sembra" anche se sei convinto di una cosa suona molto male. Molto meglio mostrarsi sicuri, anche a costo di sbagliare talvolta - ovviamente se la cosa non comporta gravi pregiudizi. E questo nella vendita è un fattore determinante: bisogna dire poche cose, ma essere chiari e convinti, mostrare sicurezza perchè l'acquirente vuole essere a sua volta convinto e rassicurato.
Ho trasferito quindi quell'ansia da "prestazione" nel lavoro da rappresentante e si manifesta nel bisogno compulsivo di conoscere prodotti e cataloghi a menadito (cosa impossibile da fare perchè non si può umanamente sapere tutto di tutto) e se la sera prima di un importante appuntamento non mi sono dato una ripassatina ai cataloghi poi il giorno dopo non affronto la giornata con spirito sereno. Ieri infatti... Ho passato tutta la serata fino alla mezzanotte per ricontrollarmi dei cataloghi nuovi e per fortuna, ho scoperto in extremis che il mio "donatore-di-lavoro-parente-un-pò-serpente" mi aveva dato dei listini vecchi! Se me ne fossi accorto davanti al cliente avrei fatto davvero una pessima figura. Bè telefonata, invio mail in extremis, stampa i listini (che poi non saranno copiativi quindi durante l'ordine stress doppio perchè te li devi ricopiare a mano) e poi... Stamattina ansia, ansia, ansia e... Telefonata della cliente in extremis... "possiamo rimandare alla settimana prossima?" ... Allora ditelo!
Ecco. Sono consapevole dei miei limiti e ne parlo qui per ricordarmi ogni giorno di essere più assertivo, meno "timoroso", più convinto dei miei mezzi.
In fondo ce la posso fare! :)
Vivo in un quartiere di "confine" di una città difficile, lo sapete tutti.
Stavolta (a parte l'orrore di grammatica nel titolo che se tradotto suonerebbe un pò "il modo in cui io sei") lui confessa di non avere il becco di un quattrino e lei...
Ahi ahi ahi!
E' la festa di S.Gennaro oggi qui a Napoli.
).
Sito in Splinder, zona centralissima

BLOG per postare altrui commenti. Termoautonomo, automunito, con ascensore, giardino a livello (a livello di internèt ovviamente) doppi e tripli servizi carpiati. Solo ambosessi, no perditempo, no perdigiorno, no perdi... Mi sono perso...
Visti i problemi che affliggono i blogghi di numerosi bloggersss e soprattutto blogstarzzz - NDB su alcuni blog, da un pò non si può più misteriosamente commentare - ho deciso di lasciare questo spazio aperto ai commenti di chi non ne può ricevere ed è in crisi di astinenza.
Volete commentare che ne so, sul blog di Slicca ma Mr. Splinder non ve lo permette? Scrivete pure qui!
Volete dirgliene quattro ad Amelia perchè la fattura d'amore che vi ha venduto la scorsa volta ha fatto sì innamorare una persona di voi, ma era il brufoloso lattaio che ogni mattina cercate di evitare come la peste? Scrivetelo pure qui!
Volete corteggiare la bella serial killer Slobosky?
Scrivetelo pure qui (così vi posso gonfiare di botte più facilmente)! :P
Modici prezzi. Trattativa riservata.
Riporto dal sito di Repubblica.it.
Sono rimasto basito dopo aver visto queste immagini. Questo studente americano, forse illudendosi di vivere in un paese "civile", rivolge delle domande scomode al senatore Kerry, durante una conferenza stampa in un'università. Domande "scomode" sì, ma pur sempre e solo domande.
La polizia interviene per zittirlo: prima lo immobilizzano brutalmente in due, poi messo a terra e malmenato, infine torturato anche con l'uso di una pistola elettrica.
Il ragazzo come vedete dalle immagini è disarmato, fa domande scomode (fa allusioni al fatto che Kerry sia un massone e che era in combutta con Bush per perdere le elezioni) ma non sembra nè esagitato nè tantomeno si avvicina pericolosamente all'intervistato. La reazione della Polizia è assolutamente fuori luogo e smisurata rispetto alla "minaccia potenziale" quanto irreale.
Mr. Kerry è, o dovrebbe essere, un "democratico".
Democratico? Sapranno cosa vuol dire "democrazia" questi bufali col cervello sclerotizzato da hamburger e ketchup?
Questa dimostrazione di forza - oserei definire anche idiota e senza senso - spiega tante cose sull'America di questo inizio millennio... Cose che non ci fanno sperare in nulla di buono.
Il demone totalitario ed oppressivo, apparentemente sconfitto dalla seconda guerra mondiale, ha preso pieno possesso delle "anime" dei suoi presunti "esorcisti".